Ricordo che tanti anni fa, quando ero piccola, avevo visto che a casa di qualche amichetta tenevano un cucchiaino sempre lì pronto, infilato nel barattolo del caffè macinato, e ho provato a introdurre la novità in casa mia.
"Guarda, così non dovremo star lì ogni volta a cercarlo nel cassetto delle posate!", le ho detto.
Ma lei, con la faccia arcigna che le era consueta, senza dirmi una parola ha tolto il cucchiaino dal barattolo e lo ha ributtato al posto di prima.
Una coriacea resistenza al nuovo che io ritengo esemplare, nel senso letterale del termine: mia madre, nel suo piccolo, di certo è rappresentativa di una larga fascia di popolazione che in tutto il mondo non si lascia abbindolare dalle sirene del cambiamento.
Abbiamo tutti le nostre abitudini, che hanno radici nazionali, familiari e personali.
Io, ad esempio, per rimanere in tema, nei confronti dei cucchiaini nutro una vera passione.
Ne ho tantissimi.
Il mio preferito è questo.
L'ho portato via da un miniappartamento di Khanià, a Creta, nel lontano 2009.
Era troppo bello. Non ho saputo resistere.
In cambio, ho lasciato un libro di Mauriac che avevo appena finito di leggere, per la gioia di tutti i turisti arrivati dopo di me, certamente tutti italofoni, e grandi appassionati dell'ormai semisconosciuto autore francese (io, però, mi sento di consigliarvi questo:
una storia di rancori e meschinità familiari che a me era piaciuta moltissimo).
Sono sicura che la padrona di casa non se ne è avuta a male. Era una tedesca che deve averne viste di tutti i colori nel porto di Amburgo, sua città natale. Figuriamoci se si è accorta della scomparsa di un cucchiaino.
E poi, se proprio le piaceva tanto, poteva tenerselo a casa sua.
I cucchiaini non sono gli unici oggetti per cui ho sviluppato legami emozionali.
Ad esempio, da brava zitella, mi piacciono molto le scatole di latta.
Quando nelle toilette pubbliche trovo i foglietti di carta igienica già divisi, rigioisco: mi comunicano un senso di comodità e lusso ineguagliabile.
Sul versante opposto troviamo le ciabatte: mi fanno orrore, le detesto, rappresentano l'emblema dello squallore domestico
Personalmente, in casa vado a piedi nudi, o coi calzini gommati, o con le pecore
Similmente, le signorine che indossano i famigerati salvapiede e li lasciano trasparire da sotto i sandali
è brutto dirlo, ma trovo che siano un po' delle sfigate.
Meglio una sincera puzza, decisamente.
E poi, nel mio preconcetto personale, chi indossa un berretto a visiera ha buone probabilità di essere uno sciocco.
E chi va in giro coi sacchetti di plastica è quasi sicuramente un mentecatto - a meno che non stia tornando dal supermercato, naturalmente.
A volte, queste fissazioni hanno profonde motivazioni freudiane.
I cucchiaini, secondo me, nel mio inconscio ormai conscio rappresentano i bambini della famiglia delle posate.
Meglio rubare cucchiaini che neonati dalle carrozzine, insomma.
Altre volte, le motivazioni sono semplicemente legate alla storia personale.
I berretti, li indossavano in classe, 5 ore su 5, i ragazzi del professionale dove ho insegnato per qualche mese.
Non erano ragazzi particolarmente versati per lo studio o il ragionamento, devo confessarlo.
Più spesso, le fissazioni non hanno nessun motivo né palese né nascosto.
Sono, giustappunto, fissazioni.
Ma tornando a noi: io il cucchiaino nel barattolo del caffè ce lo metto o no?
Rappresento una facile vittima dei guasti della globalizzazione, oppure no?
Venite a casa mia un qualche giorno, diciamo verso le 3, e lo scoprirete.
E' un invito formale.
Buona settimana!
Silvana
P.S.: UN particolare ringraziamento a Costantina, ragazza in realtà elegantissima, che si è imbruttita i piedi solo per lasciarmi scattare questa foto.
Ha sacrificato i suoi piedi per la scienza, insomma!
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