Tempo fa ho letto che ogni Paese ha il suo quadro nazionale.
Se devo pensare al quadro nazionale italiano, mi viene in mente la Gioconda, perché è il ritratto più famoso del mondo ed è stato dipinto dal nostro Leonardo.
D'altronde, se chiedessimo a un francese quale sia il quadro nazionale d'Oltralpe, senza dubbio risponderebbe anche lui "La Joconde!" - che, come tutti sanno, è stata dipinta in un castello sulla Loira ed è conservata al Louvre.
Questo ci dimostra quanto noi e i nostri "cugini" abbiamo in comune - oppure, a seconda di come si vede la questione, quanti motivi abbiamo per detestarci.
Immagine da Pinterest
E dunque, in quell'articolo si diceva che il quadro nazionale spagnolo è "Las Meninas" di Diego Velazquez.
A me quest'opera non piace particolarmente (d'altronde, nemmeno la Gioconda). Fosse solo per la nana coi capelli lunghi e sciolti, sulla destra, che trovo spaventosamente brutta e molto somigliante a me.
Però mi colpisce l'omaggio che l'artista ha voluto rendere ai suoi ammiratori, nel corso dei secoli: se state in piedi di fronte al quadro, e lo guardate bene (al Prado è possibile guardarlo - non così si può dire della Gioconda al Louvre, praticamente invisibile per il riflesso dei vetri antiproiettile, l'altezza a cui è appesa e l'orda di Giapponesi che l'assediano a qualsiasi ora), se guardate Las Meninas, dicevo, e osservate il fondo dello studio del pittore, vedrete uno specchio appeso, e quelli riflessi sono il Re e la Regina - e cioè, il Re o la Regina siete voi.
Il tempo non esiste più, l'Arte lo cancella con un colpo di spugna: Velazquez vi ringrazia dal profondo del Siglo de Oro per la vostra attenzione, incoronandovi.
E cadere in questo buco dello spazio-tempo a me personalmente dà il capogiro.
Una sensazione simile ho provato martedì scorso, quando sono andata a vedere la mostra di Vivian Maier allestita a Milano.
Guardavo la bella signora che sta per prendere il treno, alla stazione: è elegantissima nel suo cappotto col risvolto bianco, e col cappellino in tinta, è ben truccata, consapevole di sé - che classe, olalà la classe - all'improvviso si sente guardata e si gira, vede dietro a sé una donna alta, sgraziata, dai lineamenti ordinari, vestita come un armadio, che forse le sta facendo una foto.
E la guarda corrucciata, con disgusto.
E la donna sgraziata siete voi, che guardate la fotografia.
Che dite, vi sarebbe piaciuto essere davvero Vivian Maier?
I nostri grandi vecchi ci lasciano - mentre io non divento più grande, ma solo più vecchia.
Per commemorarlo, Rai5 ha trasmesso la sua messa in scena della Bohème di Puccini.
Io Puccini di per sé non lo apprezzo, lo trovo decadente e sdolcinato, e non riesco a seguire le sue linee melodiche.
Dice che era un bell'uomo
Ma Bohème è un'eccezione.
La Bohème è un mito che non può non piacere!
Bohème parla di gioventù, di arte, di artisti pieni di ideali e di spirito, di Parigi.
La musica è molto bella.
Mi affascinano persino i testi.
Ascoltate ad esempio le parole con cui Mimì parla di se stessa: quanta dignità nella miseria, quanta consapevolezza di sé nonostante la timidezza, e che poesia, per me che sono mentalmente bendisposta!
Non vi sembra che quel primo raggio dell'Aprile sia il più splendente della Ville Lumière? Non vi sentite onorati di coglierlo per primi insieme a Mimì, per l'eternità?
Parlo di eternità perché La Bohème è un'opera che vive oltre le coordinate del tempo - eppure, tanto fascino le viene dall'essere ambientata in un mondo ottocentesco ormai perduto.
Oggi nelle case non fa più tanto freddo.
La povertà non è così dignitosa e artistica.
Nessuno più muore di tisi, facendoci godere così intensamente
E forse potrei parlare ancora e ancora della Bohème di Puccini, ma la cosa più importante è che quest'opera mi piace così tanto e così facilmente, che non mi viene da dire niente.
Come quando ho sete e bevo un bicchiere d'acqua: non faccio commenti.
Diverso il caso delle fotografie di Basilico.
Sabato scorso sono andata alla mostra in piazza Gae Aulenti
molto ben predisposta, perché una mia amica di cui condivido i gusti ne era uscita entusiasta.
In realtà, di fronte alle foto la mia mente ha subito cominciato a boccheggiare.
Guardavo la rappresentazione delle concrezioni urbane oggetto del suo interesse e mi dicevo: "Ma cosa sono queste? Come sono? Come definirle?". Perché le fotografie di Salgado, ad esempio, mi sono subito sembrate epiche e liriche, contemporaneamente.
Alla fine, ho deciso che Basilico è geologico. Riproduce le formazioni artificiose costruite dall'uomo come se fossero montagne, mari o canyon. Città e dettagli urbani in cui l'uomo è assente, come se non fossero opera sua.
E io mi sono sentita costretta ad un gran lavorio cerebrale (che fatica!) per non sentirmi alienata in questa solitudine.
Se questa è Rio, i piedi che ballano la samba dove sono?
Tutto questo solo per dire: forse le parole, nell'uomo, sono solo il segno di una mancanza, e di una manchevolezza.
Quando non capiamo, non riusciamo, non apprezziamo, ci mettiamo a cercare definizioni e ad elaborare formule.
Ma allora, se la parola è ciò che contraddistingue l'uomo come specie, siamo caratterizzati essenzialmente da fallimento e frustrazione!
Tanti anni fa avevamo un'amica di famiglia australiana.
Si chiamava Elsa, e a me, che ero bambina, sembrava vecchissima.
In realtà non era così vecchia. Aveva - o cielo! - pochi anni più di quanti io ne ho adesso.
Però - questo è certo - aveva più esperienza di noi in famiglia. O, quanto meno, aveva visto più mondo.
Le piaceva viaggiare, e nei suoi spostamenti transcontinentali di mesi e mesi, ogni cinque o sei anni faceva tappa a casa nostra, come una cometa.
Raccontava storie interessanti, Elsa, soprattutto dopo che ho imparato l'inglese.
Una delle sue massime preferite era: "Nei miei viaggi, ho sempre potuto contare sulla gentilezza degli estranei".
E quanto piacerebbe anche a me poterci contare, soprattutto adesso che ho quattro protrusioni cervicali che mi limitano nei movimenti...
Purtroppo, il tempo ci porta spesso a scoprire che l'originalità dei nostri amici non è sempre così cristallina:
E tuttavia, l'essenza della massima non cambia: perché il mondo sia vivibile, tra estranei dobbiamo essere gentili.
Una costatazione meno scontata di quanto sembri.
Io, ad esempio, il 31 dicembre scorso, verso sera, quando sono stata investita sul marciapiede da un ciclista che mi ha preso alle spalle, avrei preferito quanto meno che il tipo mi chiedesse "Come sta, signora? Le ho fatto male? Guardi, mi scuso tanto, non posso rischiare di andare per strada per non farmi uccidere, e avevo fretta di tornare a casa per festeggiare Capodanno con gli amici, quindi effettivamente stavo andando un po' troppo veloce e non facevo attenzione a dove andavo... Però le chiedo scusa, neh, e se le ho fatto davvero male le do una mano!".
Invece, quell'individuo ha alzato la voce, aggredendomi con un: "Ehi, ma gli occhi ce li hai? Perché non guardi dove vai?"
E' vero: non ho gli occhi nella schiena, e almeno sul marciapiede vorrei poter camminare tranquilla...
Insomma, abbiamo finito per urlarci reciprocamente brutte cose.
Fortuna che non era il primo di gennaio: l'avrei preso per un cattivo segno.
Io, invece, so di essere una persona gentile.
Me lo diceva quel ragazzo che amavo alla follia.
Quando cucinavo per lui, quando lo ospitavo a casa mia, quando mi toglievo il sangue dalle vene per offrirglielo, mi rispondeva: "Grazie, sei molto gentile".
Per quanto fossi innamorata, non potevo non capire che quell'individuo mi prendeva in giro, e che le sue formule di cortesia erano pura ironia.
A quei tempi soffocavo di rabbia e frustrazione.
Più tardi, ho colto l'ispirazione e ho preso ad imitarlo,
Così, lo scorso dicembre, quando ho costatato che certi miei cr-editori non mi avevano ancora corrisposto i diritti d'autore per il 2014, e ho dovuto farmi viva io per ricordargli la mia esistenza (non era la prima volta che si sbadavano, e non sarà l'ultima, perché nel rispondermi mi hanno candidamente detto: "Non vogliamo abusare delle tua pazienza, quindi le prossime volte ricordaci di te un po' prima"), e quando finalmente poi sono stata pagata, io ho risposto: "Grazie, sei molto gentile".
Il tenore era questo, se conoscete il libro.
Se non lo conoscete, ve lo consiglio. E' roba forte...
Per concludere: la nostra gentilezza rivolgiamola agli estranei. Pretendiamola dagli estranei.
Per una questione di civiltà.
Da chi ci è vicino, è meglio ottenere, a seconda dei casi, amore e giustizia.
Continuando poi a parlare di Titina, posso dire che quasi non perde pelo - forse perché è ancora bambina. Che non vomita. Che non fa le paste con le zampe quando fa le fusa. Che non mi pare abbia un olfatto molto sviluppato.
...e NON le piace essere fotografata
Dunque, mi chiedo se descrivere persone o cose per quello che non sono, non sanno fare, non fanno, sia un metodo valido e significativo.
Che valore ha, ad esempio, dire di me che non so guidare?
Però vado in bicicletta - anche in Olanda!
Anni fa, ho sentito qualcuno che descriveva un ragazzo a una mia amica che sbavava dalla necessità di fidanzarsi - chiamiamola Genoveffa, un nome di comodo. Diceva: "E' un po' strano ma è una persona normale: ha la patente e guida".
Quindi, di me potrei dire: "Non ho la patente e non ho l'auto: non sono una persona normale".
Di fatto, non ho il senso dei volumi, non ho il senso dell'orientamento, non riesco a concentrarmi sulla strada e sulla guida insieme, e le poche volte che ho preso in mano un volante sono caduta in uno stato di panico catatonico potenzialmente catastrofico.
Quindi, che io abbia rinunciato alla guida è stato un gran bene per tutti.
Non ho ammazzato nessuno!
Non è un grande valore?
Però, quante cose in più avrei potuto fare, se fossi stata autonoma?
Quante persone in più avrei potuto conoscere e frequentare?
Non lo saprò mai.
In passato sono stata fidanzata con un ragazzo - chiamiamolo Federico - di cui non conoscevo la grafia.
In tanti anni non mi ha mai scritto due righe, sebbene dicesse di amarmi.
Non aveva il dono della scrittura - e del pensiero che c'è dietro.
Anche per questo, credo, non è mai riuscito a entrare nella mia immaginazione.
La nostra storia, quindi, a suo tempo è finita, e io non ho mai ricevuto una lettera d'amore - io che nella mia vita non ho avuto mai il piacere di riceverne, lui che è stato l'unico valido candidato a spedirmene, quand'ero giovane.
Un libro che mi sento di S-consigliare vivamente.
E c'è un autore di testi per ragazzi, che di per sé, dal punto di vista professionale, non è male.
Però...
Mi è capitato di leggere una sua intervista, in cui affermava: "Quando so di dover lavorare con qualche illustratore, ne studio il lavoro per individuarne i limiti".
Proprio un bell'atteggiamento, per iniziare una collaborazione con qualcuno!
Non so a cosa gli serva questa tattica sprezzante e distruttiva. D'altronde, il tipo pubblica molto più di me - anzi, per meglio dire: lui pubblica e io no.
Quindi, la sua tattica non sarà campata per aria..
Illustrazione di Antonio Marinoni, un artista di cui conosco la bravura e con cui vorrei lavorare ancora
Lui personalmente, però, lo trovo insopportabile.
Non-sopportabile: una negazione.
Nel corso di una delle mie vite precedenti, sono stata follemente innamorata di un losco figuro che, grazie alle riviste femminili di cui sono affezionata lettrice, con l'andare del tempo ho potuto diagnosticare come sadico-narcisista.
La mia amica Genoveffa, in un mio momento di sconforto, a suo tempo mi consolò dicendomi: "Eh già, perché poi Sadico-Narciso non dovrebbe passare un po' di tempo con te? Non sei brutta, non sei stupida, non sei antipatica...".
Io, a sentirmi definire così, in quel frangente, rimasi un po' perplessa.
Col senno di poi, non mi stupisco di aver perduto, oltre all'amore che provavo per Sadico-Narciso, anche l'amicizia che nutrivo per Genoveffa.
Il pensiero conclusivo: Federico, è vero, non scriveva.
Però disegnava benissimo.
Con un po' di determinazione e di fortuna, avrebbe potuto vivere di quello.
Mi ha regalato diverse sue opere
e io ho impiegato tanto tempo a capire che non si chiedono lettere d'amore a chi sa disegnare.
Una delle mie massime preferite appartiene a papa Giovanni XXIII: cercate quello che vi unisce, e non quello che vi divide.
L'atteggiamento di base è quello.
(papa Giovanni: uno dei miei miti personali).
Delle negazioni ci facciamo poco.
Lasciamole al mondo della retorica letteraria e della diplomazia.
Mettiamoci nel piatto un bel montone arrosto.
Viviamo, se non felici, positivi. Se ci riusciamo.
Lo scorso settembre sono uscita a cena con un signore.
Un sosia del suddetto
A fine serata, quel signore mi riaccompagna a casa e prima di salutarmi mi chiede: "Ma tu come passi il tempo?"
Sono rimasta interdetta. Un colpo in fronte non mi avrebbe stupito di più.
"Mah... Vado a trovare la mamma... Leggo, guardo la TV... Vedo gente, faccio cose..." devo aver balbettato con aria poco sveglia.
Di fatto, chiedere a qualcuno come passa il proprio tempo mi sembra una domanda personalissima, al limite dell'indelicatezza, o meglio, dell'indecenza.
Sarebbe un po' come dire: Tu cosa fai della tua vita? Come utilizzi il Dono Divino? Fino a che vette di nobiltà o a quali abissi di ignominia è arrivata la tua anima, nell'escogitare il giusto uso della tua presenza su questa terra?
Insomma...
Si sa che a volte, semplicemente, il tempo è una cosa che devi far passare - come un fastidio.
Si possono inventare tante attività "buddiste" - così le chiamava una mia ex amica - per aiutarci nella bisogna.
Avevo un amico, tanti anni fa, che si occupava di modellismo e giochi di ruolo, e dipingeva i pupazzetti.
Il mio ex passava le serate a duplicare DVD.
Se vi guardate intorno, quando siete sui mezzi pubblici, vedete tanti viaggiatori impegnati coi giochini elettronici dello smartphone.
E' vero: i passatempi degli altri sembrano tutti un po' stupidi...
Dunque, come passo io il mio tempo?
Svelerò una delle numerose e svariatissime cose di cui mi occupo: mi lascio ipnotizzare da pinterest. La più grande raccolta elettronica di immagini che io conosca (per chi non lo conosce: qui le spiegazioni http://pinterestitaly.com/che-cose-pinterest/ ).
Il mio social network preferito.
Non sto a raccontare di come l'ho scoperto, di quanto mi sia sentita soverchiata, i primi tempi, dalla quantità di belle immagini che vi trovavo, e quanto di conseguenza mi abbia fatto sentire piccola e inutile.
Manco fossi una donna di Neanderthal in contemplazione del firmamento.
Diciamo che adesso mi sono quasi abituata. Sono diventata veloce a guardare e scegliere, tra le varie foto, quelle che più mi piacciono e sento rappresentative di quello che sono.
E per raccontarvi qualcosa, vi mostro una decina delle mie preferite.
Pinterest, innanzitutto, mi serve per trovare modelli da copiare in ceramica.
Qui trovate un manufatto di arte inuit: un orso che emerge dal ghiaccio.
Io l'ho già riprodotto, ma nella mia versione è un lupo.
E' venuto spaventoso quasi quanto volevo io. Lo tengo vicino alla mia testa, quando dormo. Serve per scacciare i sogni cattivi.
Non sempre ci riesce.
Uno dei miei miti personali è Josephine Baker - ne avevo già parlato qualche lunedì fa.
Qui la vedete bellissima, con due ali di piume di struzzo.
E' il numero uno della mia bacheca intitolata "Angeli"
Un'altra bacheca l'ho intitolata "Trouble", nel senso francese di Turbamento.
Vi raccolgo foto di nudi, di gente che si lancia nel vuoto, di volti e corpi deformati in modo sorprendente e artistico. Qualche concessione all'orrido. Qualche situazione inesplicabile e suggestiva, come quella qui sotto.
Ho persino alcune bacheche dedicate ai lavori femminili.
L'uncinetto, ad esempio.
Avevo cominciato un paio di anni fa a fare sciarpe e collanine.
Pensavo che il mio progresso nell'arte sarebbe stato lento, costante e inesorabile.
In realtà, mi sono fermata al livello base: ammetto di essere volubile, e le difficoltà finiscono con lo spaventarmi. Per non parlare dei miei dolori alle ossa.
Quindi, il poncho che avrei voluto farmi, alla fine non l'ho fatto mai.
Ho una bacheca intitolata "autobiografismo", in cui raccolgo immagini che mi riguardano particolarmente da vicino.
Ad esempio: mia madre mi racconta, di tanto in tanto, che la nonna ordinava a Ingegnoli gli alberi che avrebbe poi piantato, sul Lago d'Iseo.
Scriveva a Milano, e si faceva spedire il catalogo per posta.
Oggi avrebbe guardato il sito internet.
Un'alternativa di gran lunga meno affascinante.
Mi piace, della fotografia, la capacità di fermare attimi storici, magici, misteriosi, bizzarri, divertenti.
Mi piacciono gli animali.
La foto qui sopra, che ho scelto dalla mia bacheca "Cani", riassume queste mie predilezioni.
E guardate questa foto di Laszlo Moholy-Nagy:
Rappresenta il mattino del primo gennaio 1930, a New York.
Concentratevi bene.
Non vi turba quel silenzio, quel biancore, il freddo frizzante dell'aria, il rumore attutito dei passi della coppia sulla destra, il passaggio lento dell'ombra della bicicletta a sinistra...
Non vi sembra di caderci dentro?
Non vi spaventa essere attratti da questo perpetuo inizio d'anno, perduto per sempre, eppure lì, presente davanti a noi, come fosse una calamita?
E questa foto di Bill Brandt
Halifax, 1937
che rappresenta "la città" nella sua essenza archetipica, il suo cuore minaccioso e pulsante, e quei bambini che giocano, e i binari della ferrovia illuminati...
Non è come un quadro di Sironi?
Non vi ipnotizza, come se un ricordo d'infanzia avesse preso a girare su se stesso, davanti ai vostri occhi?
Ma molti di voi, probabilmente, sono nati in campagna. Consideriamo anche questo.
E poi, ancora una volta, forse queste sono domande troppo personali
come un occhio che si apre indiscreto sull'intimità dei ricchi e potenti, per scoprirli - una volta tanto - uguali a noi.
Mi rendo conto che ho scelto quasi solo immagini in bianco e nero.
Dunque, vi riporto questa massima colorata, che viene dalla mia bacheca "Simboli e saggezza":
E forse è a questo che mi serve Pinterest, e tutto quello che faccio: cerco di ripetere un'infanzia in cui perdo tempo senza rimorso, ma con la consapevolezza e il senso estetico che son riuscita a raccogliere negli anni.
Giusto per curiosità: col signor Asterix non sono più uscita.
Io probabilmente ho dato la risposta sbagliata, e lui ha fatto una domanda troppo esatta.
Poi, visto che questo è il primo lunedì di gennaio, vi auguro Buon Anno! con una magnifica rosa
perché ho qualche amica madre, e perché da un paio di mesi vivo con lei
Titina da piccola
Se non lo sapevate, ora lo sapete, ma di certo già eravate al corrente, e tuttavia se torno a parlarne non potete avere niente da ridire, come ai genitori nessuno oserebbe recriminare: "Ouh, e basta con 'sto Mirko / Deborah / Massimiliano / Carlotta! Smettila, racconta qualcos'altro, ché mi hai rotto le scatole!".
I figli sono sacri, e allora ribadiamo che sono sacri anche i gatti.
Dal Museo Egizio di Torino
Pensate solo a quanto contribuiscano al benessere di tante persone sole.
"Clac - clac - clac!" fa la chiave nella serratura ogni mattina, quando un single va al lavoro e lascia il proprio gatto a custodia della casa.
Avete mai pensato alla topografia delle città disegnate coi gatti?
In via dei Salici al numero 3 ci sono: una micia nera al primo piano, un gattone rosso e una grigina al secondo, al terzo una mamma calico in una scatola di cartone con un figlio nero, uno bianco e uno rosso.
Le pareti dei palazzi diventano trasparenti, ed ecco all'improvviso stagliarsi nel cielo a varie altezze una tribù pelosa che dorme, mangia, gioca col topino di gomma finché il padrone arriva, a sera, e clac - clac - clac, riapre la porta. Cominciano le feste di benvenuto.
Una vera gattografia.
E visto che ogni gatto è diverso dall'altro, vi parlerò del mio, che sta in un appartamento all'ottavo piano della periferia milanese.
Titina stamattina mi ha svegliato verso le 8.
Non vuole che dorma troppo a lungo.
In compenso, la sera a una certa ora mi fa capire che è ora di ritirarsi.
Titina mi aspetta dietro la porta di casa ogni volta che rientro.
A Natale sono stata via quasi tutto il giorno, e allora per punirmi è scappata fuori, è salita al piano di sopra, ha preso a calci la porta del vicino, non voleva tornare giù.
Insomma, ha fatto l'offesa.
Titina, contrariamente agli altri gatti, è indifferente alle scatole di cartone.
Non se le fila proprio.
In compenso, le piace giocare con l'acqua: ogni mattina fa la doccia al rubinetto del cucinino,
e quando faccio il bagno è lì, a sovrintendere all'operazione.
Per lo più, dallo stenditoio.
Lo stenditoio è il suo posto preferito.
Titina ama i fiori.
Le piace distruggerli.
Se volevate regalarmi dei fiori, non fatelo più.
Portatemi dei cioccolatini, invece, così faccio una palla con la stagnola e la tiro a Titina, che ci gioca.
Titina in effetti gioca molto.
E' una gatta allegra.
E' una gatta giovane...
Uno dei suoi soprannomi è Titina Adrenalina.
Per me, oramai abituata ai mici novantenni, è stata una bella sferzata di energia.
Ma Titina fa sparire continuamente i suoi giochi.
Secondo me, i gatti conoscono i buchi spazio-temporali, e ogni tanto ci buttano dentro una biglia.
Titina è affascinata dalle ombre, e salta sui muri per afferrarle.
Capita che sollevi la testa e fissi un punto nel vuoto, con le orecchie dritte.
Titina, secondo me, vede i fantasmi.
Titina, per ora, ha rotto solo un piatto.
Anche perché io ho fatto sparire molti oggetti dagli scaffali di casa.
In compenso, il pavimento adesso pullula di topini di gomma, noci, fiori secchi.
I nuovi arrivi cambiano sempre la fisionomia della casa.
Titina è famelica. Non avanza mai cibo nella ciotola.
Mangerebbe continuamente, di tutto.
Titina Ricottina.
Figlia mia.
Che ha i miei stessi gusti, e guarda la televisione insieme a me
Titina, diciamolo, non è molto brava a cadere sulle zampe.
Quando corre, sbatte un po' dappertutto, ma evidentemente l'assiste il dio degli ubriachi e dei bambini di ogni specie. Per ora, non si è fatta troppo male.
Però io sono preoccupata.
Penso a tutto quello che potrebbe succederle, e sto male.
E' vero, i genitori me lo insegnano: a certe cose non bisogna proprio pensare, altrimenti non si vive più.
Come non voglio pensare al fatto che, se va tutto bene, Titina è il gatto che mi accompagnerà nella mia vecchiaia.
Una persona che amavo molto, volendo ferirmi, aveva predetto per me un futuro da zitella fuori di testa in una casa popolata da decine di gatti puzzolenti,